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fino
al 10.IV.2008
Ulrich Egger
Seregno (mi), Galleria Mandelli
Cemento, ferro e detriti. Una sintassi architettonica dove le macerie
industriali diventano assolute protagoniste. Tra illusionismo spaziale,
elementi aggettanti e riferimenti filosofici. La materia si fa intelletto...
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pubblicato martedì 8 aprile 2008
"C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si
trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui
fissa lo sguardo. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha
il viso rivolto al passato". Inizia così la nona delle Tesi
di filosofia della storia scritte nel '40 da Walter Benjamin poco prima
di morire. È nella descrizione dell'angelo dalle ali distese -a
cui fa riferimento il titolo della mostra- ispirato dalla visione di Paul
Klee la sintesi della spinta rivoluzionaria dell'intellettuale tedesco
poco prima della tragica fine, avvenuta nel tentativo di abbandonare la
Francia invasa dai nazisti.
Per Benjamin, l'angelo della storia, così come metaforicamente
lo stesso storico, guarda al passato e quindi si volge indietro per impossessarsene
e, in un certo senso, possederlo e tradurlo in un secondo tempo in atto
politico. In questo modo compie un'azione di recupero, per mettere a punto
un riscatto definitivo; va incontro al futuro, ma dandogli le spalle.
Anche Ulrich Egger (San Valentino alla Muta, 1959) recupera i resti di
un mondo industriale, con la diversa finalità di rigenerarli e
riportarli a nuova vita.
L'immagine di Klee evocata da Benjamin rimanda a una prospettiva dell'avanzare
della storia in cui il progresso non si presenta in modo univoco, piuttosto
come un susseguirsi di eventi e cause che distorcono volutamente la realtà,
per renderla più accettabile. La tempesta descritta da Benjamin,
che spinge l'angelo verso il futuro, diviene così metafora dell'avanzare
della civiltà e si rispecchia in quella potenza di ricostruzione
architettonica che colpisce nelle opere di grandi e piccole dimensioni
dell'artista altoatesino, sapientemente allestite tra i giochi di pieni
e vuoti della galleria.
Gli accumuli di calcinacci, i detriti, le rovine contemporanee, il cemento
e la materia di un mondo ormai passato, spoglio, dove non c'è presenza
umana ma s'impone la rovina come soggetto strutturale, ricreano un universo
sempre in tensione e si ricompongono magicamente costruendo una nuova
Storia post-industriale. L'edificio diventa scultura, uno spazio volumetrico
e anonimo, nelle rappresentazioni dinamiche di Egger; si anima di una
nuova vitalità dirompente, senza tuttavia mai perdere il suo equilibrio.
Il dato scultoreo s'insinua, attraverso l'elemento aggettante, all'interno
dell'immagine, contribuendo alla sua ulteriore composizione, contaminandosi
paradossalmente con la fotografia di base, creando con essa un connubio
di grande forza, che diventa un'armonia di forme e toni.
Il risultato fuoriesce volutamente dalla cornice del quadro, mostrando
un inedito paesaggio architettonico dove la reliquia industriale va ad
assumere un nuovo connotato semantico e ulteriormente concettuale, e si
ricompone nella riedificazione. Un discorso estetico che parte dal disfare
per poi ricostruire, che guarda dritto al tempo che verrà tenendo
sempre un occhio rivolto a ciò che è stato.
Francesca Baboni, Stefano Taddei
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