L'opera di Ulrich Egger:
la sostenibile pesantezza degli atomi


di Domenico De Masi


L'opera di Ulrich Egger reca in sé una struggente nostalgia per il mondo industriale, dal quale trae ispirazione e al quale costantemente rinvia. I materiali, le forme, la forza, le dimensioni, il peso, tutto in queste opere traspira cultura industriale: quella cultura tutt'ora presente intorno a noi e dentro di noi con le sue fabbriche, le sue ciminiere, i suoi manufatti, i suoi modelli di vita, ma tuttavia in estinzione.
Un mondo fatto di atomi, irrimediabilmente sconfitto da un mondo nuovo, intangibile, immateriale, sfuggente e pervasivo, fatto di bit.
Duecento anni di società industriale ci hanno addomesticato alle acciaierie fragorose, alle macchine telluriche, al calore ustorio degli altoforni, allo sbalzo ardito delle gru, alla compattezza dei lingotti e del cemento, alla serialità delle catene di montaggio. Un mondo di periferie urbane care a Sironi, di locomotive rutilanti care a Martinetti, di velivoli sorprendenti cari a D'Annunzio. Un'esperienza bicentenaria che confluisce nell'opera di Egger non più con il piglio di una trionfale marcia futurista ma con il tono commemorativo di un'imponente iconografia ad uso di occhi postindustriali che mai videro fabbriche e ciminiere, altoforni, torni e frese.
Egger evoca mondi industriali nel bel mezzo della società ormai postindustriale. Mondi industriali che scompaiono di giorno in giorno dalla nostra quotidianità, così come scompaiono le putrelle imbullonate, la serialità ossessiva degli oggetti tutti uguali a se stessi, la razionalizzazione dei processi spinta allo spasimo, il gigantismo di strutture mastodontiche e incombenti, la specializzazione capillare di uomini e cose unidimensionali, la massa hard di materia pressata, la geometria immensa di spazi immensi destinati ad accogliere oggetti immensi.
Egger canta l'epopea conclusa del mondo industriale e ne consegna le reliquie al mondo postindustriale, un mondo - cioè - fatto di servizi, di simboli, di valori, di estetiche. Fatto di bit e di miniaturizzazione. Un mondo soft in cui le attività intellettuali prevalgono su quelle materiali, in cui la creatività degli uomini prevale sulla esecutività e sulla ripetitività delegata alle macchine, in cui l'estetica prevale sulla pratica, l'emotivo prevale sul razionale, il femminile prevale sul maschile, il soggettivo prevale sul collettivo, il destrutturato prevale sul compatto, il virtuale prevale sul tangibile.
Le opere di Egger presuppongono officine, fonderie, carpentieri, saldatori. Nascono in mondi fumosi e fragorosi per adagiarsi poi nel silenzio dei prati, nel candore asettico delle gallerie d'arte moderna, negli occhi di visitatori schiacciati dal peso di queste strutture e della storia che esse si portano dentro.
Per ottenere quest'effetto evocativo di un'epoca trascorsa, ma che ancora incombe sul nostro inconscio e lo condiziona, Egger impiega la potenza della propria arte fatta di fantasia e di concretezza. Fatta di emozioni e sentimenti, opinioni e atteggiamenti da una parte; ma anche di razionalità e lavoro pratico dall'altra.
La rappresentazione iconica di un mondo industriale richiede che l'artista si faccia a sua volta industrioso, che si sporchi le mani per tagliare e saldare, per fondere e sagomare. Richiede che un'intera squadra di metallurgici, di trasportatori, di muratori siano coinvolti in un'epopea corale che ha bisogno di spazio per essere costruita e di spazi per essere ammirata.
L'opera di Egger non fa leva né sulla compostezza equilibrata che era propria della creatività classica, né sulla sorpresa e sullo stupore che sono propri della creatività post-moderna. Fa leva piuttosto sull'intenzionale sproporzione tra l'imponenza dei manufatti e la piccolezza di chi li osserva, tra la durezza del ferro e la fragilità del gesso, tra la perentorietà dei corpi pieni e la perplessità delle forme vuote.
E, tuttavia, le opere di Egger sovrastano chi le osserva senza mai schiacciarlo. Una loro intrinseca eleganza le ferma sull'orlo della sopraffazione e le rende persino amabili, come amabili sono tutte le evocazioni di mondi in via di estinzione.
Chi oggi passeggia lungo il perimetro di una fabbrica finendo inconsapevolmente per misurarne a lunghi passi l'immensità, chi visita capannoni dismessi per attingervi il ricordo di un modo di produzione ormai insensato ma che fu modernizzatore, chi ama l'archeologia industriale perché considera le lastre d'acciaio e le colonne di ghisa come testimonianze rispettabili di un'era che ci ha affrancati dalla miseria e dalla tradizione, dall'autoritarismo e dalla magia, solo chi ama tutto questo ha il privilegio di ritrovarne la forza nelle opere di Egger e di comprendere fino in fondo il debito di riconoscenza che ancora abbiamo nei confronti dell'era industriale.
Chi invece, essendo più giovane, non può gustare la comparazione tra la civiltà degli atomi e quella dei bit, tuttavia, attraverso le opere di Egger, può decifrare il passato cui non partecipò ma di cui tuttavia è impregnato. E può comunque constatare come sia difficile, nelle opere di questo maestro, distinguere la forma dalla materia, l'opera dal contesto in cui viene esposta, senza fiaccarne la forza e comprometterne la bellezza.

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