TOWN DOWN

Valerio Dehò

Nella vita, come nell'arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio.
Ludwig Wittgenstein


Il concetto di Periferia possiede oggi una dimensione esistenziale molto diversa rispetto a pochi decenni fa. In quanto luogo e non luogo della contemporaneità, e' diventata espressione tanto della cultura marginale che della cultura istituzionale e rappresenta attualmente il territorio privilegiato di situazioni contraddittorie che nascono quasi spontaneamente in modo incontrollato dalle leggi. Ma è nelle periferie che si affaccia il nuovo in quanto processo senza finalità, trasformazione continua, tabula rasa di memorie e speranze, territorio anarchico e anche affascinante . E' nella marginalità che oggi si legge meglio la complessità del presente, la condizione dell'uomo odierno e la confluenza di culture e religioni che cercano una convivenza. Mentre i centri storici, le downtowns, sono ormai museificati e congelati in un tempo sospeso, i quartieri periferici sono luoghi vivi in mutazione permanente in cui si elaborano le idee e le forme del futuro.
Tra scultura e fotografia il lavoro di Ulrich Egger, rivela l'idea di un mondo in continua ricostruzione, un mondo in cui la natura è diventata non necessaria, perché l'attività umana è sempre tesa a distruggere e ricostruire all'infinito. Si può chiamare tutto questo town down , cioè un processo continuo, spiraliforme in cui non vi è tempo per riflettere, considerare, ricordare. Questa responsabilità spetta allora all'arte, è sua la funzione della memoria, della conservazione delle tracce di ciò che è stato.
E questo fa Ulrich Egger creando con le sue opere una sorta d' archivio antropologico che riesce a recuperare le tracce umane proprio in quegli spazi che sono sottoposti a mutamenti continui, come le aree industriali e periferiche delle città. Egger compie delle lunge ricerche fotografiche, seleziona i materiali e interviene sulle immagini prescelte con l'inserimento di veri e propri materiali edili, creando un effetto di realtà forte ed efficace. La sua indagine artistica sulle trasformazioni urbane del mondo contemporaneo e quindi attorno all'hardware del pianeta, è qualcosa che ci è familiare perché rappresenta il non luogo mediatico per eccellenza, qualcosa a cui siamo abituati indipendentemente dalla provenienza geografica delle immagini. Ma l'artista racconta in silenzio e senza retorica quello che accade, sa bene che l'arte non deve ricoprire la realtà ma rivelarla con discrezione. Restituisce una sorta di neutralità a quello che si vede proprio per coinvolgere il pubblico in un giudizio.
Potrà anche essere difficile scomodare varie categorie estetiche, ma certamente vi è qualcosa di profondamente bello in questo spettacolo di muri squarciati, d' infissi divelti, di una programmata catastrofe quotidiana in cui i materiali stridono e combattono . Ferro e cemento sono lo scheletro della civiltà che avanza tra mille paure e incertezze. Si capisce come tra verità (fotografica) e artificio (l'oggetto che si sporge verso lo spazio), nasca una terza dimensione che prima non c'era. La bellezza è anche questa provvisorietà e incertezza tra quello che si conosce e quello che ancora non sappiamo. Ma non si può negare come in questo spettacolo d' ingegneria decadente, di carpenterie svelate, della nudità delle costruzioni edili, si riveli l'incertezza tra organico e inorganico, tra visibile e invisibile. Egger appare come un chirurgo che scompone e ricompone, quello che trova in giro per il mondo nei suoi viaggi e qualcosa che finisce sul tavolo anatomico del suo occhio e nella sua personale ricostruzione poetica. La realtà non può uscire dalla rappresentazione perché è solo così che acquisisce forza e verità.

Assistiamo ad un'analisi silente che si prolunga nello spazio, mostrando che oltre la fotografia esiste comunque una verità toccabile oltre che visibile. Non solo quindi l'illusionismo che la realtà possa uscire dalla rappresentazione, diventando una metafora di una contemporaneità comunque afflitta dal problema di non riconoscere più reale e/o artificiale, ma anche la capacità dell'artista di creare una dimensione inedita e positiva.
Ulrich Egger guarda non solo a casa propria, non solo cerca nel mondo industriale la bellezza dell'inusuale, di quello che normalmente non si vede perché sotto gli occhi da sempre, ma coglie negli squarci degli edifici, nei movimenti barocchi di putrelle e tondini di ferro, una possibile estetica fondata non sull'esaltazione della tecnica, quanto sui suoi vuoti, sulle sue assenze, sui suoi silenzi. La bellezza nasce, laddove ci sono forze nuove e contrastanti, tra concezioni di vita proiettate in avanti. La bellezza è un concetto in trasformazione, ma è anche una forma d'equilibrio, di convergenza attorno a cui i cittadini possono ritrovarsi ed elaborare un modo d'identità diverso da quello d'appartenenza. La periferia è un laboratorio d'esperienze e di progetti per una cultura che possa superare le differenze di origine e creare un'idea di identità nuova e aggregante.
Non a caso l'idea della mostra vuole avvicinare lo spettatore all'idea di cantiere, di un luogo in cui si costruisce, si lavora, si progetta. Le stesse opere singole interagiscono reciprocamente e l'allestimento ne costituisce la struttura portante, ne articola il percorso. Su di un lato è visibile una serie di lavori in cui sono rappresentati gli edifici nel loro aspetto esteriore. La facciata, l'esterno è la forma di comunicazione sociale che si è scelta: è quello che tutti possono ( e devono) comunque vedere. Nell'altro lato del percorso visivo sono collocati i lavori che si riferiscono all'interno degli stessi edifici, al loro ventre devastato e aperto. In questi sono comunque percepibili le tacce di chi li ha abitati, di chi li ha modificati per adattarli alle proprie esigenze, alle proprie inclinazioni, ai propri sogni, ai propri colori. Sono questi che costituiscono più propriamente lo spazio umano del progetto. Luoghi abbandonati, provvisoriamente accessibili, luoghi che stanno mutando e scomparendo.
Probabilmente il fascino di questo progetto consiste nel saper continuare a parlare dell'uomo e del presente anche attraverso le sue mille periferie, attraverso i luoghi di transito e trasformazione. Egger sembra dirci che l' uomo è proprio questo: voglia di cambiamento, ricerca di un senso e di un centro anche nelle situazioni più difficili e perverse della nostra società. La bellezza sta nel processo, nell'andare avanti, nel costruire e ricostruire continuamente in un'attualità che non sta ferma perché non ha nulla su cui poggiare. L'arte vuole ricordare tutto questo e fissare con lucidità poetica dei momenti che la civiltà tende e rimuovere, ad abbandonare alla deriva di una contemporaneità che non sa, perché non vuole ricordare.


 

TOWNDOWN 2008 - fotoprint su forex, t-shirt e intonaco - 240 x 150 x 15 cm

 

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